Mastella avverte Fico: «Giunta autonoma? Anche il Consiglio»

È l’antica sapienza democristiana a fotografare lo stato di salute – presente e prossimo (s)venturo – del centrosinistra chiamato a governare la Campania. «Se Fico rivendica l’autonomia di una giunta tecnica e politica che non tiene in considerazione chi si è speso in campagna elettorale, altrettanto farà il Consiglio degli eletti di Palazzo Santa Lucia. Ci sarà una doppia centralità, e sicuramente il Consiglio conterà di più dell’esecutivo. Ci saranno molti balletti». Così parlò Clemente Mastella, leader di Noi di Centro. Un curriculum che va oltre le etichette – dalla Prima Repubblica al ministero della Giustizia – e che gli consente ancora oggi di spostare voti e, soprattutto, equilibri. A partire dalla sua terra, il Sannio, dove è sindaco di Benevento. Le sue parole non sono un monito lanciato al vento: sono il punto di cucitura di un malessere che attraversa la maggioranza prima ancora dell’insediamento. Ma anche un consiglio al debuttante Fico sul terreno insidioso di Palazzo Santa Lucia. La proclamazione ufficiale del nuovo governatore – notizia di ieri – è fissata al nove dicembre. Quel giorno il Tribunale di Napoli certificherà la fine del decennio deluchiano e l’inizio di una fase che si annuncia complessa. Per un motivo evidente: Roberto Fico non arriva alla guida della Campania con un retroterra politico sufficiente a reggere una rottura così brusca con il passato. La sua forza non risiede nella storia personale – che la retorica istituzionale tenta oggi di irrobustire evocando la presidenza della Camera – ma evidentemente nel mandato che gli è stato consegnato dalla segretaria dem Elly Schlein e dal leader Cinque Stelle Giuseppe Conte, con il sigillo del sindaco partenopeo Gaetano Manfredi. È Roma a chiedergli di voltare pagina dopo dieci anni di governo forte, decisionista, plebiscitario. Una scelta precisa: un profilo mite, rassicurante, che faccia da cesura senza aprire nuovi fronti. Una virtù, la mitezza, che tuttavia rischia di tradursi in fragilità proprio mentre la Campania attraversa la fase più delicata della transizione. Mastella lo sa bene. E anche Vincenzo De Luca, che a Palazzo Santa Lucia ha portato una pattuglia nutrita di consiglieri, osserva con attenzione. E non ostacola, al momento. Il punto critico è tutto qui. Se l’esecutivo che nascerà sarà composto da esterni, “tecnici” o figure politiche indicate dai partiti ma fuori dal perimetro degli eletti, il Consiglio regionale si sentirebbe non solo scavalcato ma “utilizzato”. E, come l’esperienza democristiana di Mastella rivela, in una sorta di profezia da Prima Repubblica, potrebbe mettersi di traverso rispetto alle indicazioni di una giunta percepita come estranea, più che esterna. Gli umori, tra l’altro, sono già tesi. Molti temono che la stagione del “campo largo” finisca per riprodurre un centralismo diverso, questa volta romano e con venature di napolicentrismo: un ritorno, nelle dinamiche, al passato bassoliniano. Una prospettiva che, inevitabilmente, non può far piacere al governatore uscente De Luca. L’unica strada possibile per Fico è dare peso alle forze politiche – e agli uomini che lo hanno sostenuto in campagna elettorale – attraverso incarichi politici veri. Intanto, nelle ultime ore, circolano ancora con insistenza i nomi di segretari di partito in lizza per l’esecutivo e di ex ministri della Repubblica. Una fuga in avanti che Mastella liquida con un collaudato principio: «L’unico criterio politico di serietà e correttezza è quello dei primi eletti». E, per disinnescare l’ovvio sospetto, aggiunge: «Se il problema è mio figlio, primo degli eletti a Benevento, dico a Fico di non preoccuparsi: indicherò un altro nome». Il sospetto che Fico voglia sganciarsi dai pesi territoriali per compiere quella “rottura” – ben più sostanziale della sola discontinuità – su cui Roma ha investito non è più un sussurro: è ormai un indizio che prende corpo. Ma il disegno, così impostato, poggia su un equilibrio precario. La vera prova arriverà alla prima votazione rilevante: quando la “giunta dei non eletti” si troverà sotto esame davanti ai voti della sua stessa maggioranza. Formata, appunto, da chi i voti li ha portati. E potrebbe inciampare subito.

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