È atteso per questo pomeriggio l’incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e l’inviato statunitense per l’Ucraina Steve Witkoff, reduce da due giorni di colloqui negli Stati Uniti con la delegazione ucraina incaricata di discutere i punti della bozza di piano di pace messa a punto dalla Casa Bianca.
Quello di oggi sarà il primo colloquio in cui russi ed americani discuteranno ufficialmente delle condizioni per arrivare alla conclusione del conflitto e non, come vorrebbero ucraini ed europei, ad un cessate il fuoco seguito poi da trattative per arrivare alla pace. Su questo punto il Cremlino si è detto irremovibile: o si tratta per arrivare ad un accordo di pace o la parola resterà al campo di battaglia. Campo su cui i russi nel mese di novembre hanno fatto registrare una delle maggiori avanzate degli ultimi mesi: circa 500 chilometri sono passati sotto il controllo dell’esercito russo secondo gli analisti ucraini di Deep State, secondo altre fonti i chilometri quadrati passati nelle mani di Mosca sarebbero almeno 700. Ma più che la quantità di territorio perso, ad evidenziare le difficoltà di Kiev sul campo di battaglia è la lenta, ma costante avanzata russa lungo i principali assi di un fronte lungo oltre 1.200 chilometri. Avanzata favorita anche dalla cronica mancanza di personale nelle fila dell’esercito ucraino, carenza cui non possono certo porre rimedio colpi spettacolari come quelli inflitti alla flotta ombra russa, con due petroliere affondate da droni navali ucraini nel Mar Nero nella settimana appena trascorsa.
A rendere la vita difficile per Zelensky contribuisce – e non poco – l’inchiesta sulla corruzione dei vertici politici ucraini, inchiesta costata il posto a due ministri e, soprattutto, al potente capo di gabinetto presidenziale Yermak. Difeso fino all’ultimo dal presidente ucraino, che ha respinto anche una richiesta di dimissioni presentata da parlamentari del suo stesso partito, alla fine Yermak ha dovuto capitolare quando la sua abitazione è stata perquisita dai funzionari dell’autorità nazionale anticorruzione. Manovra in cui molti hanno intravisto una “manina” statunitense, considerata che l’autorità anticorruzione ucraina è stata formata e finanziata dagli Stati Uniti.
Un modo per aumentare la pressione politica, e non solo, su Zelensky affinché accetti anche le clausole più indigeste della bozza di piano di pace “made in Usa”, in particolare quelle relative alle cessioni territoriali e al non ingresso dell’Ucraina nella Nato.
Per tentare di allentare la pressione ed incassare il sostegno dei Paesi dell’Unione Europea ieri Zelensky ha incontrato a Parigi Emmanuel Macron, con cui ha poi sentito telefonicamente i primi ministri di altre nazioni europee ed i vertici di Ue e Nato.
Inevitabile la richiesta europea di essere coinvolti nella trattativa – «Le garanzie di sicurezza non possono essere discusse o negoziate senza gli ucraini e senza gli europe», ha detto Macron – richiesta che, tuttavia, appare ormai fuori tempo massimo: la Casa Bianca ha mostrato chiaramente di voler trattare direttamente con Mosca, anche perché il dialogo russo-americano va ben oltre il conflitto ucraino, svolgendosi su un piano globale.
Nel corso della conferenza stampa congiunta con Macron, Zelensky ha riconosciuto come vi siano ancora punti difficili da affrontare, in particolare quelli relativi alle questioni territoriali.
Da Washington, intanto, arriva la dichiarazione del segretario di Stato Marco Ruibio, secondo cui «c’è ancora molto lavoro da fare». Una parte importante, probabilmente, è quella affidata oggi a Witkoff.

