De Luca: «Il campo largo? Una mia invenzione»

«C’è molta confusione, gente con la memoria corta. Il “campo largo” vero l’ho fatto io cinque anni fa prendendo anche cinquecentomila voti in più». Vincenzo De Luca non dimentica. Non dimentica la vittoria plebiscitaria del duemilaventi quando venne confermato governatore della Campania con una percentuale del settanta per cento. E non dimentica che allora il Movimento Cinque Stelle corse da solo puntando su Valeria Ciarambino per il vertice di Palazzo Santa Lucia portando a casa – tra l’altro – quasi il venti per cento delle preferenze. «Oggi lo chiamano campo largo, noi lo chiamavamo alleanza politica, al più alleanza progressista. In ogni caso quell’alleanza prese un milione e 800mila voti, mezzo milione in più di questa tornata, senza il Movimento Cinque Stelle che non aderì per una loro scelta, non per una mia. Erano ancora nella fase ideologica e non c’era stata l’innovazione di Conte». De Luca la prende di petto. Al solito. Fissando aritmeticamente e soprattutto politicamente il concetto: «Giusto per correttezza storica: l’alleanza larga è quella che abbiamo fatto noi. Questa» dice indicando la vittoria dell’ex presidente della Camera «è una conseguenza minore di quella scelta». È chiara, nelle parole del presidente uscente, la rivendicazione dell’eredità politica ed elettorale – la prima sul piano delle forze politiche coinvolte e la seconda in termini di voti – lasciata in dote a Roberto Fico e a tutto il centrosinistra. Una sottolineatura che arriva proprio mentre nella coalizione si discute di leadership più o meno nuove, di continuità e discontinuità, di equilibri interni chiamati alla prova della composizione della giunta, delle commissioni consiliari e delle nomine del cosiddetto sottogoverno. Naturalmente la scelta dei leader nazionale Schlein (Pd) e Conte (Cinque Stelle) di puntare in Campania sull’esponente di un partito rimasto all’opposizione – molto dura – della maggioranza di governo regionale in questi dieci anni, indica chiaramente la volontà di andare molto oltre il modello di governo leaderistico dell’ex sindaco di Salerno. «A queste elezioni non mi sono candidato consigliere per non togliere spazio agli uscenti» ha chiarito De Luca. «E’ evidente che se si candida in una lista il presidente uscente obiettivamente si toglie spazio agli altri. Ho fatta questa scelta per rispetto e anche perché, come diceva Virgilio, ognuno ha il suo giorno, ognuno ha una sua stagione». Sul ruolo di Napoli nella nuova geografia politica – rilanciato a più riprese dal sindaco Manfredi in queste settimane – De Luca risponde con una contabilità secca: «Alla città partenopea sono stati orientati tre miliardi di euro di investimenti dal governo regionale in questi anni. Credo di non dover aggiungere altro». Niente polemiche dirette ma anche in questo caso snocciola numeri che parlano da soli. «In ogni caso» chiude la questione De Luca «non commento le affermazioni di altri esponenti politici». Resta invece più che aperto il capitolo Salerno. «Io sindaco? Può essere un’ipotesi» ammette. «Sono interessato a fare cose concrete, non cerimonie post elettorali. Ho visto che si sono scalmanati tutti… io non sono un uomo di allegrie ma di lavoro concreto». Secondo alcune voci che girano con insistenza nei luoghi e nelle sedi che contano sul piano politico, a Salerno si potrebbe andare al voto nella prossima primavera. Previa dimissioni del sindaco Vincenzo Napoli (dopo l’approvazione del bilancio). Si vedrà. Di sicuro nella città di Salerno in diversi sono già in campagna elettorale per Palazzo Guerra e (tanti) altri impegnati a evitare – almeno questa volta – il ruolo di comparsa. Ma il vero nodo – politico e non solo – resta uno: se De Luca dovesse decidere di ricandidarsi a sindaco di Salerno, lo farà alla guida di un nuovo campo largo, riportando nell’assise municipale anche il simbolo del Pd, oppure sceglierà ancora una volta di puntare sulle sue storiche liste civiche? Una risposta arriverà anche alla luce dei nuovi assetti regionali.

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