Volodymyr Zelensky blinda la squadra presidenziale, colpita dagli scandali, e si prepara ad affrontare la trattativa con la Casa Bianca sul piano di pace messo a punto dagli inviati statunitensi e russi, senza alcun coinvolgimento degli ucraini.
In quello che è con tutta probabilità il momento più difficile, tanto sotto il profilo politico quanto sotto quello militare, il presidente ucraino cerca di stringere intorno a sé i collaboratori più fidati e prepararsi ad un confronto con Trump che non si preannuncia facile.
In un vertice tenutosi giovedì sera con i parlamentari del proprio partito – Servo del Popolo – Zelensky ha escluso la possibilità di rimuovere Andriy Yermak dal suo incarico di capo dell’ufficio del presidente, a dispetto del fatto che l’inchiesta sulla corruzione degli apparati governativi – costata già il posto a due ministri – sia arrivata a lambire persone molto vicine a Yermak.
Intanto il terremoto politico-giudiziario innescato dall’inchiesta dell’Agenzia nazionale anticorruzione (Nabu) non accenna a placarsi, indebolendo indirettamente anche la posizione di Zelensky, già messa duramente alla prova dagli insuccessi sul campo di battaglia: a dispetto dei comunicati rassicuranti diffusi dal ministero della difesa ucraino, l’esercito russo continua nella sua lenta, ma metodica avanzata lungo tutto il fronte.
La difesa ucraina è in crisi non solo a Pokrovsk – ieri è stato diffuso il primo video che mostra i soldati russi muoversi agevolmente e senza timore di attacchi nei quartieri meridionali della città – o a Kupyansk, dove i russi hanno preso il controllo di buona parte dell’area urbana, ma anche a sud, nella regione di Zaporizhia. Qui i russi sono riusciti a superare agevolmente il fiume Yanchur, di fatto aggirando le linee difensive ucraine, predisposte per resistere ad un attacco portato da sud ed invece superate con una manovra sviluppatasi lungo una direttrice proveniente da nord-est. Una mossa che gli ucraini stentano a parare e minaccia direttamente la citta di Huljajpole, uno dei cardini della difesa nella regione, finora attaccata senza successo dai russi.
In questa situazione già di per sé difficile è esplosa la “bomba” del piano di pace messo a punto – con grande discrezione – dagli inviati statunitensi e russi, senza alcun coinvolgimento né degli ucraini né – tantomeno – dell’Unione Europea, ormai ridotta a mero ufficiale pagatore delle armi acquistate negli Stati Uniti e girate a Kiev e dell’apparato statale ucraino (l’Ucraina è un Paese in banzarotta, che riesce a far funzionare la macchina statale solo grazie ai trasferimenti di denaro europei).
Un piano, quello statunitense, che nei suoi 28 punti accoglie buona parte delle richieste russe, ad iniziare dalla cessione completa del Donbass, incluso quel 30% circa ancora controllato da Kiev. E dal pieno riconoscimento dell’annessione alla Federazione Russa di Crimea, Donetsk e Lugansk, mentre per le parti delle regioni di Kherson e Zaporizhia conquistate dai russi si tratterebbe di un controllo de facto. Prevista anche la riduzione delle forze armate ucraine a 600mila unità, compensata da garanzie di sicurezza da parte degli Stati Uniti. Garanzie destinate a decadere in caso di attacco missilistico contro una città russa. La Nato, poi, resta un obiettivo irragiungibile per Kiev.
Seguono una serie di misure economiche per la ricostruzione, con lauti profitti per gli Usa, e, soprattutto, la previsione di una intesa globale russo-americana. Uno degli obiettivi fondamentali perseguiti da Mosca: riportare la Russia tra le grandi potenze mondiali.
Un piano che, di fatto, fotografa la sconfitta dell’Ucraina e la volontà statunitense di chiudere definitivamente la partita. Comprensibile, quindi, come Zelensky sia costretto a far buon viso a cattivo gioco sperando di ammorbidire la posizione americana, mentre gli europei – rimasti con il cerino in mano – dichiarino inaccettabile il piano statunitense sperando nella guerra ad oltranza.

