Viadotti e ponti, in Campania nessuna mappatura completa

In Campania oltre la metà dei viadotti ha più di cinquant’anni. Molti non hanno ancora una scheda tecnica aggiornata nel database nazionale Ainop (Archivio Informatico Nazionale delle Opere Pubbliche), e in diversi casi gli enti proprietari non dispongono nemmeno di un piano di ispezione periodica. Difficile reperire il numero esatto a livello regionale, per alcuni non è ben definita nemmeno la titolarità e/o manutenzione, ad eccezione di alcune province come quella di Salerno in cui risultano 844 ponti e viadotti stradali censiti o monitorati. Gli stanziamenti statali e regionali – pur in crescita – restano frammentati e lenti, con alcuni manufatti che rischiano di finire nel dimenticatoio. Con Eduardo Caliano, presidente dell’associazione Codis (associazione per il controllo, la Diagnostica e la Sicurezza delle strutture, infrastrutture e beni culturali) e direttore di Istemi srl, azienda specializzata nel settore dei controlli su strutture esistenti, abbiamo fatto il punto sullo stato delle infrastrutture in Campania, sul ruolo cruciale della diagnostica e sulla necessità di un nuovo approccio operativo nella gestione del patrimonio costruito.
Presidente, qual è la situazione dei ponti e viadotti in regione?
«La Campania, da questo punto di vista, rispecchia la situazione nazionale: un patrimonio infrastrutturale vasto ma invecchiato. Abbiamo opere realizzate negli anni Sessanta e Settanta che oggi richiedono attenzione costante. Dopo il crollo del ponte Morandi del 2018, si è fatto un passo avanti con protocolli e linee guida per ispezioni periodiche, ma ancora manca una cultura della manutenzione continua e attiva. Serve una sorveglianza costante, come facevano un tempo i cantonieri».
Esiste una mappatura completa?
«No. Le Province nella maggior parte dei casi non hanno mappature complete del patrimonio infrastrutturale. Come dicevo prima un tempo ci si affidava ai cantonieri, figure scomparse negli ultimi vent’anni, che conoscevano in dettaglio ogni ponte e viadotto. È stato sconvolgente constatare come molte Province siano dovute ripartire dal censimento delle opere, perché non ne conoscevano neppure l’ubicazione. Fra gli enti ci sono poi differenze significative, e la situazione risulta particolarmente critica nel Sud Italia. In alcune città capoluogo è risultata difficile perfino l’esecuzione di campagne di indagine: numerosi manufatti sono stati nel tempo inglobati da abusi edilizi — cancelli, piccoli depositi o ricoveri — che rendono complesso l’accesso e, di conseguenza, il controllo e la manutenzione periodica».
Chi esegue oggi le verifiche?
«Oggi le verifiche vengono eseguite da addetti in forza agli enti proprietari, o da personale tecnico specializzato in Ispezione visiva di Ponti e Viadotti, sempre più spesso si ricorre a tecniche di diagnosi indiretta con il supporto di strumentazioni avanzate, per evitare l’accesso diretto all’opera per ridurre il rischio di interferenza con i veicoli in transito».
Per la Campania c’è un piano regionale che comprende il censimento, classifica del rischio, priorità degli interventi, dotazione finanziaria adeguata, e monitoraggio continuo?
«Tutti gli enti proprietari di manufatti quali ponti, viadotti, gallerie, devono eseguirne innanzitutto il censimento. Sono altresì obbligati alle ispezioni periodiche di vario livello e complessità. Quindi, anche in Campania sono in corso attività ispettive».
Come si possono prevenire i crolli?
«La diagnostica è la prima forma di prevenzione. Senza conoscenza non c’è sicurezza, né nelle infrastrutture né nei beni culturali».
Può fare un esempio concreto di intervento diagnostico significativo?
«Il viadotto Gatto di Salerno è emblematico. Nel 2018, pochi mesi prima del crollo del Morandi, vincemmo con l’azienda che dirigo la gara per le indagini. Durante le prove trovammo botole di ispezione chiuse con l’asfalto e un accumulo di fango proveniente da monte che si era infiltrato in alcuni punti all’interno del manufatto. È bastato riaprire e pulire per restituire sicurezza. È la dimostrazione che la manutenzione è un investimento, non un costo: le opere non si autocurano, e l’incuria umana è il primo nemico».
In che misura le nuove tecnologie aiutano?
«Oggi abbiamo a disposizione tecniche non distruttive come radar, ultrasuoni e raggi X, che ci permettono di “leggere” l’interno delle strutture come fa la diagnostica medica. Più la diagnosi è accurata, meno l’intervento sarà invasivo e costoso. Spendere un po’ di più in fase diagnostica significa risparmiare molto dopo, sia in termini economici sia di tutela del patrimonio».
Cosa si dovrebbe fare per prevenire le emergenze e rafforzare la sicurezza?
«Serve un cambio di paradigma: più conoscenza, meno improvvisazione. Sono favorevole anche a grandi opere come il Ponte sullo Stretto, ma dovrà essere un’opera fatta bene, con sistemi di controllo, monitoraggio e manutenzione programmata. Abbiamo insegnato al mondo a costruire ponti e strade: possiamo continuare a farlo».

Torna in alto