Gli Azzurri festeggiano a Roma il primo mondiale della loro storia

Nel torrido maggio del 1934, l’Italia fascista spalancò le porte al secondo Campionato del Mondo di calcio della storia. Mussolini aveva capito che lo sport poteva essere un formidabile strumento di propaganda, e il regime investì risorse ingenti per trasformare il torneo in una vetrina del regime. Ma dietro la retorica e le camicie nere, si nascondeva una squadra straordinaria guidata da un visionario: Vittorio Pozzo.
Vittorio Pozzo non era un semplice allenatore. Con il titolo di “Commissario Tecnico Unico”, aveva poteri assoluti sulla squadra azzurra. Uomo colto, poliglotta, ex studente in Svizzera e Inghilterra, Pozzo aveva assorbito il calcio britannico e lo aveva sapientemente innestato sulla tecnica italiana. La sua filosofia era rivoluzionaria: il “metodo” prevedeva un centromediano arretrato davanti alla difesa, anticipando di decenni quello che sarebbe diventato il calcio moderno.
Ma la scelta più controversa riguardava gli oriundi. Nel 1934, giocatori come Luisito Monti, Raimundo Orsi e Guaita, tutti argentini di nascita ma italiani per discendenza, vestivano l’azzurro. Una pratica legale all’epoca, ma che sollevava non poche polemiche. Lo stesso Monti, che nel 1930 aveva giocato la finale mondiale con l’Argentina perdendola contro l’Uruguay, si trovò quattro anni dopo a vincere il titolo con l’Italia: un caso unico nella storia dei Mondiali. Il torneo iniziò con un’assenza clamorosa. L’Uruguay, campione in carica e vincitore della prima edizione nel 1930, decise di non partecipare. Il motivo? Molte federazioni europee avevano boicottato il Mondiale sudamericano quattro anni prima, e l’Uruguay rispose con la stessa moneta. Anche l’Argentina, finalista nel ’30, si ritirò per protesta, inviando una squadra di riserve che venne eliminata subito. Fu un colpo durissimo per la credibilità della competizione.
Il cammino azzurro iniziò con una vittoria sofferta contro gli Stati Uniti (7-1), ma fu agli ottavi di finale che si scrisse una delle pagine più drammatiche del torneo. Il 31 maggio 1934, allo stadio Giovanni Berta di Firenze, l’Italia affrontò la temibile Spagna in quella che sarebbe passata alla storia come una delle partite più violente mai disputate.
Il match terminò 1-1, ma il bilancio fu devastante: sette giocatori uscirono infortunati, incluso il portiere spagnolo Zamora, considerato il migliore al mondo. Il replay, giocato il giorno seguente, vide un’Italia rimaneggiata vincere 1-0 grazie a un gol di Meazza. Ma le polemiche non si placarono: molti accusarono l’arbitraggio di essere stato favorevole agli azzurri, in quella che alcuni definirono la “battaglia di Firenze”. Giuseppe Meazza era il simbolo di quella squadra. Centravanti dell’Inter, dotato di una tecnica sopraffina e di un talento naturale sconfinato, Meazza era anche un personaggio indisciplinato. Si racconta che prima della semifinale contro l’Austria, una delle favorite del torneo, venne trovato in compagnia di una donna in un hotel. Pozzo lo multò pesantemente, ma non poté rinunciare al suo campione.
Durante quella semifinale, giocata a Milano il 3 giugno, accadde un episodio leggendario. Mentre Meazza stava per tirare un calcio di rigore decisivo, l’elastico dei suoi pantaloncini si ruppe. Imperturbabile, il fuoriclasse tenne su i pantaloni con una mano e con l’altra segnò il rigore che portò l’Italia in finale. Un gesto che sarebbe diventato iconico, simbolo di sangue freddo e classe cristallina. Il 10 giugno 1934, lo stadio Nazionale del PNF di Roma (oggi Flaminio) ospitò la finale tra Italia e Cecoslovacchia davanti a 55.000 spettatori. Mussolini era in tribuna, circondato dai gerarchi fascisti. La pressione sugli azzurri era immensa: perdere avrebbe significato un’umiliazione nazionale di proporzioni epocali.
La partita fu equilibrata e tesa. I cecoslovacchi passarono in vantaggio al 71′ con Puc, gelando lo stadio. Ma l’Italia non si arrese. A otto minuti dalla fine, Orsi segnò il pareggio con un tiro improvviso che colse di sorpresa il portiere Planicka. Il giorno dopo, Orsi avrebbe tentato di ripetere quel tiro per i fotografi per venti volte consecutive senza riuscirci: fu un gol frutto del puro istinto. Ai supplementari, al 95′, Guaita servì Schiavio che di sinistro infilò la palla in rete. L’Italia era campione del mondo. Mussolini scese in campo per congratularsi personalmente con i giocatori, trasformando la vittoria sportiva in un trionfo del regime.
Quel Mondiale rimane avvolto in un’aura controversa. L’arbitraggio svedese in finale fu giudicato favorevole all’Italia, così come quello della semifinale contro l’Austria. Il regime fascista esercitò pressioni evidenti sull’organizzazione, e lo stesso Pozzo, pur essendo un uomo di sport, non poté sottrarsi completamente alla strumentalizzazione politica. Inoltre, la formula del torneo era anomala: per la prima e unica volta nella storia, non ci fu una fase a gironi iniziale. Si partì direttamente con eliminazioni dirette, un formato che avvantaggiava le squadre più forti ma aumentava il peso degli episodi arbitrali.
Al di là delle polemiche, la vittoria del 1934 ebbe un impatto profondo sul calcio italiano. Pozzo aveva creato un’identità tattica solida, basata sulla difesa organizzata e sul contropiede, che avrebbe caratterizzato il calcio azzurro per decenni. Due anni dopo, l’Italia avrebbe vinto anche le Olimpiadi di Berlino, e nel 1938 si sarebbe laureata nuovamente campione del mondo in Francia.
Quella squadra, con i suoi eroi e le sue contraddizioni, rappresentò un momento di svolta per il calcio italiano. Meazza, Monti, Ferrari, Schiavio: nomi che entrarono nella leggenda. Vittorio Pozzo rimane l’unico allenatore ad aver vinto due Coppe del Mondo, un record che forse non verrà mai eguagliato. Il Mondiale del 1934 fu dunque un intreccio indissolubile di sport, politica e passione. Una vittoria che, a quasi novant’anni di distanza, continua a far discutere storici e appassionati, simbolo di un’epoca complessa dove il confine tra eroismo sportivo e propaganda si fece pericolosamente sottile.

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