Situazione sempre più tesa in Cisgiordania, dove non si arrestano le violenze dei coloni israeliani: nella giornata di ieri è stata data alle fiamme la moschea di Al Hajja Hamida, situata tra le città di Deir Istiya e Kafr Haris. L’edificio religioso è stato gravemente danneggiato dalle fiamme, tuttavia il pronto intervento degli abitanti della cittadina ha impedito che l’incendio si propagasse ad altri edifici.
L’attacco incendiario alla moschea è stato accompagnato da messaggi razzisti contro la popolazione palestinese scritti sui muri di alcune abitazioni durante il radi dei coloni. Quello di ieri è solo l’ultimo episodio di una lunga scia di violenze che imperversa in Cisgiordania: distruzione di campi coltivati, taglio degli alberi di ulivo, distuzione di beni ed abitazioni della popolazione palestinese, il catalogo degli orrori compiuto dai coloni israealino è lungo e vario. Senza tener conto delle costanti umiliazioni e violenza personali cui i palestinesi sono costretti quotidianamente a sottostare, nell’impossibilità di ricevere alcuna forma di tutela o protezione.
Solo martedì scorso a Beit Lid decine di coloni israeliani hanno attaccato una fabbrica, appiccando il fuoco a campi coltivati e automobili: decine i palestinesi feriti e notevoli i danni economici.
Gli attacchi dei coloni – una delle componenti più radicali e violente della società israeliana – si svolgono solitamente con la complice “distrazione” – se non addirittura con l’evidente complicità – delle forze di polizia e dell’esercito israeliani, che di fatto lasciano mano libera agli estremisti.
Una realtà ben fotografata dai dati resi noti dalle Nazioni Unite: nel solo mese di ottobre gli attacchi dei coloni contro la popolazione palestinese sono stati ben 264, dall’inizio del 2025 è stata ampiamente superato il tetto dei 700 raid. Aggressioni che in più di un caso si sono concluse con la morte dei palestinesi aggrediti.
Il report delle Nazioni Unite conferma anche la sostanziale impunità di cui godono gli estremisti israeliani che operano in Cisgiordania: nel 2025 sono state avviate indagini solo in sessanta casi, contro i 235 del 2023. In termini statistici nel corso dell’ultimo triennio i casi giudiziari aperti dopo aggressioni da parte di coloni sono calare del 73%. Non casuale il fatto che questo lasso di tempo coincida con l’arrivo al ministero della Sicurezza di Itamar Ben Gvir, leader della destra nazionalista israeliana e, a sua volta, colono.
La violenza israeliana ha raggiunto livelli tali da mettere in allarme anche il governo statunitense. Il segretario di Stato Marco Rubio ha detto espressamente che quello che sta accadendo potrebbe avere gravi ripercussioni sulla tenuta del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza: «C’è una certa preoccupazione – ha detto Rubio – che gli eventi in Cisgiordania possano avere ripercussioni tali da compromettere ciò che stiamo facendo a Gaza. Spero di no, non ci aspettiamo che ciò accada. Faremo tutto il possibile per evitarlo».
Dal governo di Benjamin Netanyahu – comprensibilmente – non è arrivata alcuna replica alle parole di Rubio, mentre una condanna delle violenze dei coloni è arrivata dal presidente israeliano Herzog, che in un post su X ha scritto che «il violento e pericoloso manipolo responsabile degli eventi in Samaria ha oltrepassato il limite», definendo gli attacchi «fatti gravi e sconvolgenti».
Al momento, tuttavia, quella di Herzog resta una voce isolata e, soprattutto, nessun efficace provvedimento è stato preso per arrestare la dilagante violenza dei coloni israeliani.

