Lo scouting nel mondo del calcio è una di quelle materie decisamente complesse, anche perchè trattasi di una professione che deve anche fare i conti con il mondo del calcio moderno, dove l’attenzione principale è quella per il profitto a breve termine, senza invece badare alle qualità umane ed atletiche dei giovani calciatori.
A raccontarci i diversi aspetti di questo mestiere è l’avvocato Silvestro Amodio, salernitano doc e grande appassionato di calcio (nella foto qui a destra). Da anni gira lo Stivale italico alla ricerca dei campioni del futuro. Con lui abbiamo deciso di approfondire l’argomento e lo faremo in più puntate. Partendo ovviamente dal concetto di scouting e dal valore che viene dato ad esso dalle società italiane.
“Il settore giovanile – ha sottolineato Amodio – è una risorsa indispensabile per ogni società, ma in questo momento, in Italia è forte in crisi in quanto non abbiamo una grande classe dirigenziale, ma se siamo arrivati a questo punto è perché qualcosa non funziona. Mancano prima di tutto gli uomini e dirigenti all’altezza, ci vogliono gli educatori perché alla base, prima di formare un calciatore, va formato l’uomo. Bisogna essere più lungimiranti. Il nostro calcio non è più sostenibile, adesso ci vuole una riforma culturale e di formazione. Non c’è più lo scouting sui campi. Le società di calcio si affidano ad agenzie di procuratori che cercano calciatori sulle piattaforme europee mortificando i valori del campo. Basta entrare in una sede di una società di calcio dove si notano addetti alla visione di filmati su wyscout che cercano di individuare calciatori sulle piattaforme. La tecnologia nel calcio è importante per migliorare la qualità, il rendimento, l’organizzazione, la prestazione atletica di un calciatore, la tattica, le distanze di reparto, la velocità ed i tempi di una squadra, ma il principale responso per l’individuazione di un talento per me resta sempre il tappeto verde.
Quando vado sui campi dell’entroterra regionale e provinciale a vedere partite di settori giovanili e mi reco negli spogliatoi per chiedere la distinta delle formazioni i dirigenti presenti si meravigliano della mia presenza perché nessuno chiede più i nominativi delle formazioni. Negli ultimi decenni le criticità e le zone d’ombra nei settori giovanili sono aumentate in quanto hanno causato un depauperamento del calcio italiano e della nazionale che non ha avuto il giusto ricambio e rischia per la terza volta consecutiva di non qualificarsi ai mondiali. Dalla Federazione non è stato dato alcun impulso significativo alla formazione dei giovani, non sono stati fatti centri tecnici regionali soprattutto al Sud per incentivare la crescita dei talenti al fine di creare un polo territoriale su base regionale per la valorizzazione e la formazione tecnico-sportiva-educativa. Le scuole calcio sono un fenomeno sociale. Si devono individuare persone idonee a insegnare calcio ma anche a educare alla vita i giovani. Il problema principale nel settore giovanile è che si basa sul risultato, a volte non si investe nelle professionalità. Si deve cambiare la cultura nelle scuole calcio e mettere nelle condizioni anche le famiglie ed i genitori di poter crescere nella mentalità dei valori sportivi. Chi ha talento puro non lo si deve spremere per arrivare ai risultati. Il talento va formato, alimentato, educato, preservato e strutturato. Nel sud Italia ci sono pochissime foresterie dove il ragazzo possa entrare, avere il tutor, le palestre, la mensa, il dormitorio, la sala studio. Si deve investire in questo. Si veda anche alla sproporzione di giocatori che provengono dal Sud e dal Nord: questo è un problema per il Paese, ci sono posti in cui ci sono centri per emergere ed altri no come al sud dove addirittura si perdono tanti giovani perché si scoraggiano. Infatti c’è l’argomento del coraggio. Gli allenatori hanno paura di giocare con i giovani perché hanno paura di essere esonerati.
C’è la paura perdere, c’è l’assillo del risultato ed è questo un grave problema. Gli allenatori nei campionati primavera e professionisti anche di serie B e di serie C hanno paura a schierare i giovani, perché rischiano l’esonero.
Per cambiare deve cominciare a prevalere il merito. C’è troppa inflazione in tutte le categorie, dai mediatori ai procuratori che ambiscono ad ingenti e facili interessi economici, ma anche i genitori che in molti casi non hanno la cultura della formazione dei giovani.
Ci vuole un approccio culturale diverso ed emergente che metta in grado di valorizzare ed incentivare i giovani secondo la meritocrazia”.
Fine prima puntata

