Nessuna amnistia generale, ma una legge che consenta ai militanti del PKK di rientrare in Turchia dalle basi e dai campi dell’Iraq settentrionale. È qusta l’ipotesi a cui sta lavorando il governo turco, in stretta collaborazione con i servizi di sicurezza e confrontandosi con rappresentanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), formazione che nel 1984 diede avvio alla lotta armata nel tentativo di dare vita ad un Kurdistan indipendente.
Tramontata quella prospettiva, il PKK ha annunciato a maggio di quest’anno la decisione di sciogliersi e disarmare le sue formazioni combattenti, con le prime consegne di armi effettuate a luglio.
Resta, però, il problema del rientro di profughi e combattenti nel Kurdistan turco. Esclusa l’amnistia, la soluzione potrebbe essere quella di una legge ad hoc che, al momento, interesserebbe circa mille civili e 8mila combattenti. Questi ultimi potrebbero rientrare in patria dopo un esame delle singole posizioni da parte delle autortità turche. Ankara, infatti, si oppone al rientro di molti quadri e dirigenti del PKK: per loro la soluzione potrebbe essere quella di un esilio “sicuro” in Paesi terzi.
I tempi per una soluzione definitiva della questione saranno lunghi: il capo della commissione di riconciliazione istituita dalla Turchia ad agosto, Numan Kurtulmus, ha sottolineato che solo «una volta che le unità di sicurezza e di intelligence della Turchia avranno verificato e confermato che l’organizzazione ha effettivamente deposto le armi e completato il processo di scioglimento, il Paese entrerà in una nuova fase di regolamentazione giuridica volta a costruire una Turchia libera dal terrorismo».

