Salernitano doc. Eppure con un senso di appartenenza e un legame con la Salernitana, e con la sua città, mai sbandierato. Difeso, ribadito, eppure custodito con riservatezza e lontano da clamori. Tanto da rispondere con professionalità e un pizzico d’indifferenza a qualche parola di troppo che gli arrivava addosso dal Simonetta Lamberti quando allenava la Cavese, nonostante un biennio vissuto ad alta quota e con una vittoria agli spareggi playoff alla guida degli Aquilotti.
Non ha mai fatto un dramma Emilio Longo, oggi tecnico del Crotone, anzi, Ha sempre pensato a portare avanti la sua idea di calcio, fatta soprattutto di valori prima ancora che di schemi e dettami tattici. Tanto da essere apprezzato ovunque, dalla Battipagliese (dove nonostante un esonero a due giornate dalla fine tutta la squadra indicherà lui come l’artefice della salvezza), alla Folgore Caratese, poi soprattutto al Picerno, un biennio d’oro che gli è valso la chiamata del Crotone. Ora il momento è tra i più delicati da quando è sulla panchina dei pitagorici, e per uno strano scherzo del destino dovrà cercare immediato riscatto proprio nella sua terra. In quello stadio che ha frequentato da ragazzino, uno dei tanti adepti del Profeta Delio Rossi, uno di quelli, per sua stessa ammissione cresciuto a pane e 4-3-3. Poche settimane fa a margine del 3-0 allo Zaccheria contro il Foggia allenato proprio dal tecnico di Rimini (che si è dimesso nelle scorse ore), ricordando i fasti di Zeman e del suo marchio di fabbrica, il discorso è scivolato proprio sulla Salernitana.
” Ho negli occhi e nella testa un ambiente che produceva un’identità, quel 4–3-3 zemaniamo di cui Rossi è la continuità. Gli ho raccontato un aneddoto – ammise nel post partita -, io ero uno di quelli che attendeva la sua uscita dal campo all’Arechi.
Lui aveva la buona abitudine di aspettare che la squadra uscisse acclamata, e accadeva spesso, e lui si sottraeva a quell’abbraccio fumando una sigaretta in panchina. Ma la gente aspettava questa fumata per riempirlo di applausi. Io ero uno di quelli, ho ancora negli occhi quel tipo di calcio, di gioco, che va oltre il risultato. Gli ho detto che oltre ad essere uno che l’aspettava, ero tra quelli che anche dopo una sconfitta in casa con il Chievo in serie B lo aspettò, gli applausi furono più imponenti del solito. A testimonianza che l’identità e l’estetica del gioco possono essere coniugate anche nelle sconfitte, ce ne sono pochi che hanno creato questo tipo di empatia con l’ambiente, e il signor Delio Rossi è uno di questi”.

