Se il fragile cessate il fuoco nella Striscia di Gaza continua a reggere – anche se è messo spesso a dura prova -, potrebbe ben presto peggiorare la situazione in Libano. Il Paese dei Cedri è costretto a fare i conti con l’eredità del conflitto dello scorso autunno, quando l’esercito israeliano ha invaso la parte meridionale del Paese per combattere le milizie di Hezbollah, il movimento filo-iraniano sceso in campo al fianco di Hamas.
Invasione conclusasi con un accordo che impone al governo di Beirut di disarmare l’ala militare di Hezbollah, tentativo che il gracile esercito libanese ha timidamente tentato di attuare. Tuttavia la forza militare di Hezbollah è tutt’altro che smantellata, anzi secondo le indiscrezioni riportate dal quotidiano statunitense Wall Street Journal, che cita fonti dei servizi d’informazione israeliani e rabi, il movimento starebbe lavorando alacremente per rimpinguare i propri arsenali e ricostituire le unità provate dai combattimenti con le Idf, arruolando nuovi miliziani.
In particolare Hezbollah starebbe puntanto a ripristinare le scorte di razzi e missili – inclusi quelli anticarro -, principali armi utilizzate nel confronto con Israele. Due le strade cui l’ala militare del movimento filo-iraniano sta facendo ricorso: l’importazione dalla Siria, attraverso consolidate rotte del contrabbando, e la produzione in loco. Hezbollah, infatti, dispone di tecnici, formati dagli iraniani, in grado di gestire tutto il processo di produzione di missili e droni.
Uno scenario, quello del riamo delle milizie filoiraniane, che desta non poca preoccupazione in Israele, dove ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha dichiarato che questa corsa alle armi «è pericolosa per la sicurezza di Israele, così come lo è per il futuro del Libano». Considerazione accompagnata da un preciso messaggio: «Israele – ha detto Gideon Sa’ar – non può nascondere la testa sotto la sabbia di fronte allo sviluppo degli eventi».
A conferma delle parole del ministro degli Esteri del governo Netanyahu c’è da ricordare come le forze armate israeliane – in particolare -l’aviazione non abbiano mai cessato di colpire bersagli – individui o luoghi considerati più o meno legati a Hezbollah – in tutto il Libano, non solo nella parte meridionale del Paese, a sud del fiume Litani, dove – secondo i termini del cessare il fuoco del novembre 2024 – l’esercito libanese dovrebbe sostituirsi alla presenza delle milizie Hezbollah.
Le continue incursioni israeliane rischiano, tuttavia, di avere un effetto opposto a quello desiderato: Il presidente libanese Joseph Aoun, da sempre favorevole al disarmo di Hezbollah, non solo ha duramente condannato il susseguirsi degli attacchi israeliani, ma ha ordinato alle forze armate di contrastare e respingere nuove eventuali incursioni israeliane nel Libano meridionale.
È di tutta evidenza come, pur volendo, l’esercito libanese poco possa contro le Idf – superiori in ogni campo, e di molto -, tuttavia il segnale politico che arriva da Beirut è chiaro. Tanto che lo stesso leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha espresso apprezzamento per le parole di Aoun, invitando i sostenitori del movimento «a sostenere le forze armate con tutti i mezzi necessari per rafforzare le sue capacità difensive». Al governo libanese Naim Qassem ha rivolto un invito preciso: «adottare misure diverse da quelle intraprese negli ultimi 11 mesi e ad assumersi le proprie responsabilità approvando un piano politico e diplomatico per fermare le aggressioni e proteggere i cittadini libanesi e i loro interessi».

