La genesi del gioco del calcio, lungi dall’essere un fenomeno isolato della modernità, affonda le proprie radici in un lungo processo storico e culturale che attraversa l’antichità classica e il Medioevo europeo. Le sue forme primordiali, spesso caratterizzate da una combinazione di esercizio fisico, ritualità e competizione collettiva, si ritrovano in differenti contesti sociali, dal mondo greco-romano fino alle comunità rurali dell’Europa nord-occidentale. Tra le testimonianze più significative di questa continuità si collocano l’harpastum dell’antica Roma e la soule medioevale, due pratiche che, pur profondamente diverse per finalità e contesto, condividono l’idea di una contesa fisica centrata sul controllo di una palla.
L’harpastum – termine derivato dal greco harpazein, “afferrare con forza” – era un gioco diffuso nell’Impero romano almeno dal I secolo a.C. e probabilmente derivato dal phaininda greco, citato da autori come Ateneo e Galeno. Quest’ultimo, nel De sanitate tuenda, ne esalta le virtù ginniche e terapeutiche, considerandolo un esercizio utile a rafforzare il corpo e ad affinare la prontezza dei movimenti. Si trattava di un gioco praticato con una palla di piccole dimensioni (pila harpastum), spesso riempita di lana o di sabbia, che due squadre cercavano di mantenere o sottrarre agli avversari in uno spazio delimitato. L’obiettivo principale non era segnare una rete, bensì mantenere il possesso dell’oggetto di gioco attraverso passaggi, finte e contrasti, in una dinamica di competizione continua. Oltre al suo valore ludico, l’harpastum aveva una funzione formativa: era praticato dai legionari come parte dell’addestramento militare, poiché favoriva resistenza, agilità e spirito di squadra.
Ovviamente, nella Campania di duemila anni fa, con l’Impero romano nel suo periodo di massima espansione, questo gioco veniva praticato in tutte le città del tempo, da Cuma a Pompei, da Salernum a Elea. Possiamo dunque tranquillamente affermare che il pallone in Campania ha messo piede proprio a partire da questa fase storica.
In tal senso, può essere considerato non solo un antecedente tecnico del calcio, ma anche un precedente della concezione sportiva come disciplina morale e fisica. Con la dissoluzione delle strutture imperiali e il venir meno della tradizione ginnica romana, l’harpastum scomparve gradualmente, ma alcuni dei suoi tratti fondamentali – il gioco di squadra, la contesa per la palla, la dimensione agonistica – sopravvissero nelle culture popolari dell’Europa medievale.
È in questo contesto che si afferma la soule (o choule), gioco diffuso soprattutto in Normandia, Bretagna e nelle isole britanniche a partire dal XII secolo. Le fonti francesi e inglesi ne offrono numerose attestazioni: la soule veniva praticata in occasione di festività religiose o eventi comunitari, coinvolgendo spesso interi villaggi. Il gioco consisteva nel trasportare una grande palla, di cuoio o di vescica animale riempita di crusca, verso un punto prestabilito – talvolta la chiesa, il castello o un confine territoriale. Le partite si svolgevano senza limiti di campo né regole precise: centinaia di partecipanti si affrontavano lungo strade, campi e corsi d’acqua, in un confronto tanto fisico quanto simbolico. Non sorprende che le autorità civili ed ecclesiastiche cercassero di limitarne la pratica, a causa dei frequenti incidenti e dei disordini che ne derivavano. Tuttavia, la soule possedeva un significato sociale profondo: rappresentava un rituale collettivo in cui si esprimevano identità locali, rivalità di villaggio e solidarietà comunitarie. Dal punto di vista storico, la soule costituisce un anello di congiunzione fra i giochi popolari medievali e le prime forme organizzate di football sviluppatesi nelle scuole e nelle università inglesi tra XVIII e XIX secolo.
Ma prima di andare oltre sulla linea del tempo, una precisazione linguistica importante va fatta. La parola “spalt”, di chiara origine longobarda, che vuol dire “spalto, difesa, terrapieno”, è il vocabolo che ha generato poi la parola “spalto” in senso sportivo come gradinata di uno stadio dove si collocano i tifosi per sostenere e “difendere” la propria squadra. Spalt – termine coniato nella Longobardia Minor – nasce dunque nel territorio dell’antica Salerno, tramandandosi fino ai giorni nostri e diventando di uso comune nel mondo del tifo e degli ultras. Ma torniamo alla soule. Gli studiosi dello sport – tra cui Montague Shearman e Pierre de Coubertin – hanno riconosciuto in essa un precursore diretto del calcio moderno, non solo per la presenza di una palla contesa, ma per l’idea stessa di competizione territoriale e di conquista simbolica dello spazio.L’evoluzione che porta dalla soule al association football del 1863 non è dunque una rottura, bensì il risultato di un lungo processo di disciplinamento del gioco: da una pratica collettiva, violenta e rituale, a una competizione regolata, codificata e sportiva. In questa prospettiva, il calcio moderno eredita dall’harpastum romano la dimensione tecnica e strategica, e dalla soule medioevale la componente comunitaria e identitaria. La storia del calcio è quindi la storia di una trasformazione culturale di lunga durata, in cui un antico gesto di contesa per una palla diviene, attraverso i secoli, uno dei linguaggi universali della modernità.

