De Luca: «Il capotavola è dove sono seduto io»

NAPOLI - Non voleranno i piatti ma nel salotto (programmatico) del centrosinistra campano la situazione è tutt’altro che conviviale. «Il capotavola non è alla testa del tavolo ma dove sto seduto io». La battuta, che mescola autoironia sferzante con la consapevolezza di una leadership politica ed elettorale, porta la firma di Vincenzo De Luca. Il governatore la serve come antipasto all’ex base Nato di Bagnoli inaugurando il Distretto campano dell’audiovisivo. «Io controllo tutto. Non andiamo alle Seychelles, restiamo qui a lavorare per grandi opere e nuove identità. Qui, a differenza di altre regioni, senza la frusta ci si ferma». Un linguaggio – quello di De Luca – che tiene insieme la liturgia della burocrazia e l’epica del comando. Monito e promessa. Bastone e carota. «Restiamo qui a pensare alle grandi opere per Napoli, dal Faro alla nuova rete degli ospedali. Sono interventi che portano lavoro, tensione. Sono scelte politiche che poi creano nuove identità. Questo lavoro deve andare avanti. Le nostre strutture regionali si impegnino per l’eternità». L’orizzonte temporale è servito. De Luca punta programmaticamente all’infinito e oltre. Anche se – sul piano dell’impegno diretto – ha fissato il traguardo a «un altro quarto di secolo». Magari con un ritorno a Salerno da primo cittadino. Intanto a distanza – dall’altra parte della tavola o meglio del campo largo – la replica di Fico non si è fatta attendere. Misurata, quasi dissonante. «La mia legittimazione viene da tutte le forze politiche e dalle liste civiche che mi sostengono. Non c’è bisogno di altro, di ulteriore legittimazione. E non commento ogni volta le frasi che vengono dette, non solo quelle del presidente della Regione». Poi la chiusura: «Noi andiamo avanti, io vado avanti». Due stili, due linguaggi, due mondi. Così lontani e così diversi Vincenzo De Luca e Roberto Fico. Anime non gemelle nello stesso fronte progressista. Ma per superare indenni il voto di novembre, quando i campani sceglieranno la nuova guida di Palazzo Santa Lucia, servirà un equilibrio diverso: non più un capotavola ma una tavola che regga il peso, la visione e le ambizioni di tutti. Soprattutto di chi – da dieci anni – ritiene di aver realizzato in Campania «una rivoluzione democratica e civile».

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