Ginnastica, canottaggio e ciclismo, Così lo sport divenne passione di tutti

La passione per lo sport gli italiani ce l’hanno nel Dna. Ed è una metafora dell’esistenza che piace a grandi e piccoli, uomini e donne, benestanti ed operai. Insomma lo sport è transgenerazionale, interclassista, una potente arma sociale che vive della sua stessa passione. E l’Italia deve dire grazie soprattutto alle scuole ed ai circoli nautici se a cavallo tra la fine dell’800 e gli inizi del XX secolo, lo sport ha iniziato a diffondersi.
E’ accaduto così anche in Campania, dove nelle città capoluogo prima e nei piccoli centri poi, le discipline come scherma, ginnastica, canottaggio, ciclismo hanno iniziato ad essere contagiosi.
Napoli, Salerno ma anche le altre comunità campane hanno vissuto la genesi del movimento sportivo grazie agli studenti che per primi hanno assorbito questo virus benigno e contagioso.
Stefano Pivato, storico di fama e grande esperto di cultura popolare italiana, ha voluto raccontare il nostro paese attraverso una lente particolare quanto rivelatrice: quella dello sport. Con “Storia dello Sport in Italia”, edito dal Mulino, l’autore offre un affresco completo e avvincente di come le discipline sportive abbiano accompagnato, influenzato e rispecchiato l’evoluzione sociale, politica e culturale della penisola dall’Unità d’Italia ai giorni nostri.L’approccio di Pivato non è quello tradizionale della cronaca sportiva fatta di record e vittorie. Il volume si distingue per la capacità di leggere lo sport come fenomeno antropologico e sociale, capace di rivelare molto di più di quanto appaia in superficie. Attraverso le pagine emerge un’Italia che si trasforma, che cerca la propria identità nazionale anche attraverso le competizioni sportive, che vive i drammi della storia ma trova nello sport momenti di riscatto e orgoglio collettivo.Il racconto prende avvio dalla seconda metà dell’Ottocento, quando le prime società sportive iniziano a diffondersi nelle città del Nord, importate spesso da inglesi e svizzeri residenti in Italia. È interessante scoprire come discipline oggi considerate tipicamente italiane abbiano in realtà radici cosmopolite: il calcio arriva dall’Inghilterra, il ciclismo dalla Francia, mentre la ginnastica trova terreno fertile grazie all’influenza tedesca.
Pivato mostra come questi sport “stranieri” vengano gradualmente italianizzati, assumendo caratteristiche e significati peculiari nel contesto nazionale.Particolarmente illuminante è l’analisi del periodo fascista, quando lo sport diventa strumento di propaganda e costruzione del consenso. Il regime di Mussolini intuisce perfettamente le potenzialità dello sport come mezzo di comunicazione di massa e controllo sociale. I successi di Carnera nel pugilato, le vittorie calcistiche della Nazionale ai Mondiali del 1934 e 1938, i trionfi agli sport invernali vengono orchestrati per dimostrare la superiorità della “razza italiana” e del sistema fascista. Pivato documenta con precisione come lo sport venga militarizzato e reso funzionale all’ideologia del regime, senza tuttavia perdere la propria capacità di appassionare e coinvolgere le masse.Il dopoguerra segna una svolta fondamentale. Lo sport italiano si democratizza, si popolarizza e diventa fenomeno di costume. Il ciclismo con Coppi e Bartali diventa metafora delle divisioni politiche del paese, ma anche elemento di riconciliazione nazionale. Il calcio esplode come passione collettiva, mentre emergono nuove discipline e nuovi campioni che conquistano l’immaginario popolare. Pivato racconta magistralmente come figure come Riva, Rivera, Mazzola nel calcio, o Merckx nel ciclismo, diventino icone che trascendono l’ambito sportivo per entrare nell’immaginario collettivo.Gli anni del boom economico vedono lo sport italiano conquistare una dimensione internazionale.
Le Olimpiadi di Roma 1960 rappresentano il momento simbolico di questa affermazione: l’Italia si presenta al mondo come paese moderno, capace di organizzare grandi eventi e di competere ai massimi livelli. Pivato analizza come questo successo sportivo accompagni e rafforzi la crescita economica e il prestigio internazionale del paese.L’autore non trascura i lati oscuri: il doping, la violenza negli stadi, la corruzione, i legami con la criminalità organizzata. Con obiettività storica, documenta come lo sport italiano abbia dovuto fare i conti con fenomeni degenerativi che ne hanno a volte compromesso l’immagine e i valori. Particolare attenzione è dedicata agli anni di piombo e all’impatto che il terrorismo ha avuto anche sul mondo sportivo, così come alle trasformazioni degli anni Ottanta e Novanta, quando la televisione commerciale rivoluziona la fruizione dello sport.La parte conclusiva del volume affronta la contemporaneità, con le sfide della globalizzazione, della professionalizzazione spinta, dei nuovi media. Pivato mostra come lo sport italiano contemporaneo debba confrontarsi con scenari completamente nuovi: la mercificazione, la spettacolarizzazione estrema, l’influenza dei social media, ma anche nuove opportunità di inclusione e integrazione sociale.Uno dei meriti principali del libro è la capacità di intrecciare costantemente la dimensione sportiva con quella sociale e culturale più ampia.
Lo sport non è mai raccontato come fenomeno a sé stante, ma sempre in relazione ai mutamenti politici, economici e sociali del paese. Emerge così un’Italia vista dal basso, attraverso le passioni popolari, i riti collettivi, i simboli condivisi che lo sport ha saputo creare e alimentare nel corso dei decenni.

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