Torna a casa il servizio fotografico completo (pubblicato, tra l’altro, sul settimanale “Tutti gli Sports”, edito a Napoli da Mario Argento) relativo ad una partita amichevole ma di un valore incredibile. E’ il Sacro Graal dell’archeologia sportiva salernitana. 12 febbraio 1932, era un venerdì. La nazionale italiana di calcio, allenata da Vittorio Pozzo (che nel 1934 e nel 1938 vincerà due mondiali consecutivi) arriva a Salerno per disputare una gara di preparazione all’incontro ufficiale che si terrà il 14 febbraio allo stadio Ascarelli di Napoli contro la Svizzera. In uno stadio Littorio irriconoscibile (privo ancora della tribuna monumentale disegnata da Camillo Guerra solo nel 1933, al cui posto sorgeva una provvisoria gradinata in legno ma interamente coperta), la Salernitana (in maglia rossonera per dovere di ospitalità) incrocia i tacchetti con i big del calcio italiano. 4-0 lo score finale per gli azzurri di Pozzo, tra gli applausi scroscianti del pubblico salernitano. E allora? Tutto apparirebbe normale se non fosse per un particolare. La Nazionale di Pozzo giocò quella gara non indossando la maglia azzurra con lo scudo sabaudo, bensì quella celeste della Salernitana. Perchè? Il motivo è presto detto, perchè le casacche azzurre non potevano essere sporcate visto che due giorni dopo l’Italia era chiamata al macth con la Svizzera e quindi non c’era tempo per pulire e stirare le casacche. Un particolare storico che rende quella gara amichevole più unica che rara.
E questa foto in alto racconta non solo quella gara, ma un’epoca, segnata in modo incancellabile dal rapporto ancestrale tra l’Italia paese e la nazionale di calcio. Una storia intensa e spettacolare quella degli azzurri, nata 115 anni fa. Una storia che si è intrecciata a doppio filo con i costumi, le vicende tragiche e i trionfi di una nazione che ha dovuto fare i conti con due guerre mondiali, una guerra civile, alluvioni, terremoti e tanto ancora.
La Nazionale italiana di calcio non è soltanto una squadra sportiva: è un simbolo che attraversa la storia del Paese, un riflesso delle sue speranze, dei suoi drammi e dei suoi trionfi. Conosciuta come gli Azzurri, per via del colore delle maglie ispirato alla dinastia sabauda, la squadra ha scritto alcune delle pagine più emozionanti del calcio mondiale.
La prima partita ufficiale risale al 15 maggio 1910, a Milano, con un netto successo per 6-2 contro la Francia. Erano anni pionieristici, in cui il calcio muoveva i primi passi in Italia, ma già si intuiva la passione che avrebbe accompagnato la maglia azzurra per oltre un secolo. Negli anni Trenta arrivarono i primi successi internazionali. Guidata dal carismatico Vittorio Pozzo, l’Italia conquistò due Coppe del Mondo consecutive (1934 e 1938), diventando la prima squadra a riuscirci. Nel mezzo, vinse anche l’oro olimpico a Berlino nel 1936. Era l’epoca di campioni come Giuseppe Meazza, capace di diventare leggenda e icona di un calcio romantico eppure già globale. La Seconda guerra mondiale interruppe la crescita del calcio italiano.
La tragedia di Superga nel 1949, in cui perì l’intera squadra del Grande Torino, privò la Nazionale della sua ossatura tecnica. Per anni gli Azzurri faticarono a ritrovare competitività: clamorosa fu l’eliminazione al Mondiale del 1958, quando non riuscirono nemmeno a qualificarsi. Il riscatto arrivò nel 1968 con la vittoria del Campionato Europeo in casa, grazie a una squadra solida guidata da Ferruccio Valcareggi e a giocatori come Gianni Rivera e Gigi Riva. Due anni più tardi, al Mondiale messicano del 1970, l’Italia fu protagonista della celebre “partita del secolo” contro la Germania (4-3 dopo i tempi supplementari), prima di arrendersi al Brasile di Pelé in finale. Gli anni Ottanta segnarono un nuovo apice. Dopo una fase difficile, l’Italia trovò la sua consacrazione nel Mundial di Spagna 1982, con il trionfo di Madrid contro la Germania Ovest. L’eroe fu Paolo Rossi, capocannoniere del torneo, ma fondamentale fu anche il carisma di Enzo Bearzot, capace di creare un gruppo unito e resiliente. Quell’impresa ridiede orgoglio a un Paese scosso dagli scandali sportivi e politici dell’epoca. Negli anni Novanta l’Italia visse stagioni di grande talento ma anche di amare delusioni. Nel 1990, in casa, la squadra si fermò in semifinale, battuta dall’Argentina ai rigori. Nel 1994, negli Stati Uniti, arrivò fino alla finale, guidata da un monumentale Roberto Baggio, ma la sconfitta contro il Brasile ai calci di rigore resta una delle ferite più dolorose. Il copione si ripeté a Euro 2000, con un’altra finale persa al fotofinish contro la Francia. Nel 2002, un’eliminazione controversa contro la Corea del Sud alimentò polemiche infinite. Il riscatto arrivò il 9 luglio 2006 a Berlino, quando l’Italia di Marcello Lippi batté la Francia ai rigori nella finale mondiale. Iconica la trasformazione del penalty decisivo di Fabio Grosso e l’ultima partita in maglia azzurra di Zinedine Zidane, espulso per la celebre testata a Materazzi. In un periodo segnato dallo scandalo di Calciopoli, quel trionfo restituì prestigio e orgoglio al calcio italiano. Gli anni successivi furono altalenanti: eliminazioni premature ai Mondiali del 2010 e del 2014, fino alla clamorosa assenza da Russia 2018. Ma la Nazionale ha saputo rinascere ancora una volta: sotto la guida di Roberto Mancini, ha conquistato Euro 2020 (disputato nel 2021 causa pandemia), battendo l’Inghilterra a Wembley ai rigori. Un successo che ha riacceso la passione e riportato la squadra tra le grandi. La storia della Nazionale italiana è fatta di cicli, di cadute e risalite, di lacrime e sorrisi. Ma al di là dei risultati, gli Azzurri sono un patrimonio identitario, capaci di unire un Paese intero davanti a uno schermo o in una piazza.

