Nel panorama calcistico dell’immediato dopoguerra, mentre l’Italia si rialzava dalle macerie del conflitto mondiale, una piccola città del Sud diventava il laboratorio di una delle più geniali innovazioni tattiche della storia del football. Era Salerno, e l’artefice di questa rivoluzione silenziosa si chiamava Giuseppe Viani, per tutti semplicemente “Gipo”: un nome che ancora oggi risuona con reverenza negli ambienti calcistici più raffinati.Correva l’anno 1946 quando Viani, già noto per le sue idee anticonformiste, ritorna sulla panchina della Salernitana in Serie B (la sua prima esperienza a Salerno risaliva alla stagione 1942/43 in serie C). L’uomo che aveva mosso i primi passi nel calcio come centrocampista nell’Spezia negli anni Venti, aveva già intuito che il futuro del gioco non risiedeva nella forza bruta o nell’improvvisazione, ma nell’organizzazione scientifica del movimento e dello spazio. A Salerno, lontano dai riflettori delle grandi piazze calcistiche, Viani avrebbe dato forma concreta alle sue intuizioni più audaci. Il “Vianema” – neologismo che fonde il cognome del tecnico con la parola “sistema” – nasce dall’osservazione meticolosa delle dinamiche di gioco e dalla convinzione che il calcio dovesse evolversi verso una dimensione più moderna e razionale. Viani, influenzato dalle teorie del calcio danubiano e dallo studio del gioco ungherese, comprese che la chiave del successo risiedeva nella capacità di far muovere la squadra come un organismo unico, dove ogni giocatore conosceva perfettamente il proprio ruolo e quello dei compagni. L’innovazione principale del Vianema consisteva nell’introduzione di movimenti coordinati e scambi di posizione continui tra i giocatori, anticipando di decenni concetti che sarebbero diventati patrimonio comune del calcio moderno. Viani teorizzò quello che oggi chiameremmo “calcio totale”: i difensori che si trasformavano in attaccanti, i centrocampisti che coprivano ogni zona del campo, gli attaccanti che arretravano per creare superiorità numerica. Durante gli allenamenti al vecchio stadio Vestuti, i giocatori granata imparavano movimenti coreografici che sembravano più vicini alla danza che al calcio tradizionale dell’epoca. Viani disegnava schemi sulla sabbia, utilizzava coni e paletti per delimitare zone precise, cronometrava i movimenti. Era un approccio scientifico al gioco che stupiva osservatori e avversari. La Salernitana di Viani divenne rapidamente un caso di studio. Nonostante le risorse limitate, la squadra esprimeva un gioco spettacolare e efficace che attirava curiosi da tutta Italia. Il “Vianema” non era solo tattica, ma filosofia: Viani credeva che il calcio dovesse essere bello oltre che vincente, che l’estetica del gioco fosse inscindibile dal risultato. I risultati non tardarono ad arrivare. La Salernitana conquistò la promozione in Serie A nel 1947-48, e l’anno successivo, nella massima serie, stupì tutti arrivando a un soffio dalla salvezza con un gioco che incantava gli spettatori. Le cronache dell’epoca descrivono partite in cui i granata sembravano “danzare” sul campo, con passaggi di prima intenzione, movimenti sincronizzati e una fluidità di gioco mai vista prima in Italia. L’esperienza salernitana di Viani durò solo due stagioni, ma l’impatto del “Vianema” sul calcio italiano fu duraturo. Molti degli allenatori che successivamente avrebbero fatto la storia del nostro calcio studiarono i metodi di Viani, adattandoli e sviluppandoli. Helenio Herrera, Nereo Rocco, persino Arrigo Sacchi riconobbero l’influenza del maestro di Salerno sulle loro concezioni tattiche.Viani stesso proseguì la sua carriera portando le sue idee in altre piazze – dalla Sampdoria al Milan, fino alla Nazionale italiana – ma fu a Salerno che nacque quella scintilla creativa che avrebbe illuminato il calcio italiano per decenni. Il “Vianema” rappresentò il primo tentativo sistematico di applicare principi scientifici al gioco del calcio, anticipando tendenze che sarebbero diventate dominanti solo molti anni dopo. Rivedere oggi i filmati di quella Salernitana è un’esperienza sorprendente: si riconoscono movimenti e principi che crediamo appartenere al calcio contemporaneo. La pressione alta, il possesso palla ragionato, gli inserimenti dei centrocampisti, la ricerca costante della superiorità numerica in ogni zona del campo. Tutto questo aveva un nome preciso: Vianema. La lezione di Gipo Viani rimane attuale: il calcio non è solo istinto e talento, ma anche e soprattutto intelligenza collettiva, studio, preparazione meticolosa. In un’epoca in cui il football si arricchisce sempre più di tecnologia e analisi scientifiche, le intuizioni di quel visionario che a Salerno, nell’immediato dopoguerra, immaginava un calcio diverso, appaiono profetiche. Quella piccola città del Sud, per due stagioni irripetibili, fu il palcoscenico di una rivoluzione silenziosa che avrebbe cambiato per sempre il modo di concepire il gioco più bello del mondo. Quella Salernitana, quella dei Margiotta, dei Iacovazzo, degli Onorato, Valese, Volpe e tanti altri ancora, ancora oggi è ricordata come lo si fa con un simbolo, un totem. E quella sfida col Grande Torino al Comunale (oggi stadio Donato Vestuti) del 17 aprile 1948 rimane pietra miliare di come il calcio sia davvero una scienza. Poco esatta, certo. Ma fatta e impastata di idee geniali.

