la guerra nel Mar Rosso la pagano i porti del Sud

La “campagna del Mar Rosso” lanciata dagli Houthi yemeniti è solitamente fuori dal cono di luce dell’informazione, eppure questo conflitto ha inciso ed incide notevolmente non solo sull’economia mondiale, ma anche su quella del nostro Mezzogiorno.
È indubbio che la guerra civile in Yemen abbia ripreso vigore poiché legata strettamente al conflitto russo-ucraino. Mosca, con l’aiuto del governo iraniano, allarga il conflitto attaccando il cuore del sistema economico occidentale: il commercio per mare. Al di là delle dinamiche delle proxy wars, ossia guerre per procura e le rivendicazioni politiche degli Houthi, movimento scita dal governo centrale yemenita sunnita, l’intensa attività delle milizie ha rallentato e fortemente inibito il traffico mercantile sulla famosissima Via della Seta arteria fondamentale del commercio mondiale. Mossa che ha comportato un danno enorme all’economia non solo mondiale e mediterranea, ma soprattutto del nostro Mezzogiorno.
Anche in questo ambito la narrazione fornitaci dalla stampa mainstream non è del tutto adeguata, poiché spesso ha rappresentato la rivolta degli Houthi come una sommossa effettuata da bande beduine armate di fucili arrugginiti a dorso di cammello. In verità si sta parlando di un movimento con una organizzazione militare molto ben rodata, con la capacità di costruire e adoperare missili balistici a media distanza. Tanto efficace da inibire il traffico mercantile nel Mar Rosso. Al di là del mancato riconoscimento internazionale potremmo nella sostanza parlare di un vero e proprio stato Houthi. Una dimensione assai diversa da quella diffusa nell’opinione pubblica italiana e, più in generale, europea.
In particolare la decisione degli Houthi di avviare una campagna contro Israele in sostegno di Hamas, impegnata nella Striscia di Gaza, ha comportato un vero e proprio salto di qualità nella minaccia proveniente dallo Yemen.
Gli attacchi alle navi in transito nel Mar Rosso – prevalentemente quelle in viaggio da e per Israele, ma non solo – hanno avuto immediate ripercussioni nel sistema dei trasporti marittimi. Infatti, tale fenomeno ha incrementato notevolmente i costi di spedizione delle merci a causa dell’aumento delle assicurazioni, dell’affitto dei containers e non ultima la necessità del naviglio di scegliere come rotta il periplo dell’Africa aumentando così il tempo di trasporto per merci provenienti dall’Asia di oltre 10 giorni.
Se ciò ha comportato un calo del volume di circa il 66% del traffico su tale rotta ha anche colpito fortemente i porti i porti meridionali che, negli ultimi anni, hanno registrato un calo del traffico commerciale del 20%. In più ha più che quadruplicato il costo dell’affitto dei containers sulla tratta Mediterraneo – Asia.
Ciò ha colpito in particolar modo il settore agroalimentare un settore centrale per l’economia del nostro Mezzogiorno che sopravvive di pesca, turismo ed agricoltura. Anche i settori energetici sono stati danneggiati poiché tutte le petroliere, le navi gasiere, le metaniere e le navi porta rinfuse hanno registrato un calo di oltre il 7%. Per cui proprio il conflitto meno noto degli ultimi tempi sta causando un vero e proprio shock nel settore energetico e logistico.
Intendiamoci, i danni si registrano su tutto il Mediterraneo, ma l’effetto che sta avendo sui porti meridionali è di grandissimo valore per i motivi su elencati e per il deficit infrastrutturale del nostro sistema logistico che risulta essere non adeguato al tempo moderno. Non a caso dall’inizio delle azioni di “guerra navale’ abbiamo assistito ad un incremento considerevole di ogni genere nei nostri supermercati.
La scelta turistica non può e non deve essere l’unica strada da seguire per l’occupazione. Studi recenti comparsi sulle prestigiose pagine dello Svimez hanno ampiamente dimostrato che le economie locali e regionali non possono sostenersi solo tramite il turismo, da qui il trasporto marittimo e le reti logistiche divengono fondamentali per la creazione di quelle economie di scala indispensabili per il rilancio economico.
La creazione della ZES Unica Meridionale al momento sembra più una boutade politica che una risposta all’istanze economiche del nostro Mezzogiorno per poi non parlare dell’attuale inutilità del Ministero del Mare che al momento non ha prodotto né linee guide strategiche nazionali né dato concrete risposte al tutto il settore marittimo in special modo a quello meridionale che aggravato dalla nuova competitività dei nuovi snodi infrastrutturali nord africani.
La rivolta degli Houthi ha portato un duro colpo all’economia del Mezzogiorno, ma è assolutamente più pericoloso, per il nostro meridione, la totale assenza sia d’investimenti infrastrutturali sia la mancanza di strategie di medio e lungo periodo.

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