Corrado De Rosa e i suoi fantasmi che “saltano”

Philippe e Dalì sono alla ricerca del punto di fusione fra due ossessioni antitetiche: svelare quello che è latente e riuscirci attraverso le immagini… Con questa frase, estratta da La teoria del salto, edito da Minimum fax, lo scrittore Corrado De Rosa sintetizza, non solo, il rapporto tra Halsman, uno dei più grandi fotografi del ‘900 e Salvador Dalì, ma tutta la battaglia dialettica che avviene dentro ogni essere umano che anela a produrre un oggetto artistico.
Che De Rosa sia in grado di sintetizzare ciò che può essere oggetto di interi manuali in una sola frase non mi stupisce. Quando ci parli, hai la sensazione costante che lui stia giocando su due scacchiere mentre tu stai ancora cercando di ricordare se sia il re quello che va sul nero. Intervistarlo è impossibile. Per qualsiasi domanda ha risposte fiume in cui apre decine di porte. Costruisce mondi a ogni sollecitazione. Sembra il detective di Minority Report di Philip K. Dick. Mentre parla, i suoi occhi scrutano sempre nuovi scenari. Corrado De Rosa è capace di passare, nei suoi discorsi sempre centrati e lucidissimi, da Dürrenmatt a Paco Mazzocchi; da Maradona all’epica e poi a Lacan. Morbosamente curioso, nella sua carriera di scrittore e saggista si è occupato degli argomenti più disparati: dal terrorismo nero al calcio; dal romanzo biografico (come nel caso di Halsman) al racconto della città di Salerno. Ciò che accomuna tutte le sue narrazioni, però, è, come dice lui stesso: «indagare i nodi dell’identità e le conseguenze psicologiche del vivere dentro la storia. Con Halsman – continua – ho cercato di raccontare l’uomo, prima ancora delle sue origini o la sua arte».
Mi dice, inoltre, che la verità processuale gli basta perché non gli interessava davvero raccontare Halsman l’ebreo, il condannato, il presunto parricida, non gli premeva ribaltare una condanna o contestare una grazia, quello che voleva era trovare Philippe dietro il quadro, ovvero che uomo è diventato quello che ha alle spalle mostri indomabili che non hanno mai smesso di agitarlo. Perché Halsman è diventato il fotografo dei “salti”?
Teorizzava che questo esercizio fanciullesco fosse in grado di rivelare i soggetti ritratti al netto del crollo delle inibizioni.
Quando chiedo a Corrado se, da psichiatra, lo ritiene possibile, lui ammette di non esserne convinto fino in fondo. Forse, mi spiega, considerando che Halsman da giovane, ha visto suo padre cadere da un sentiero di montagna, l’idea del salto e di quello che significa potrebbe riguardare più i vissuti di Halsman che quelli dei suoi soggetti.
Comincia a piovere, siamo davanti alla libreria dove ci siamo incontrati la prima volta. Lui aveva una pila di copie da firmare, io aspettavo gli allievi del corso di scrittura. Ci siamo scambiati solo due parole, quella volta, e molte di più dopo, durante un festival al quale entrambi eravamo stati invitati. Adesso che abbiamo un po’ più di confidenza, gli chiedo se ha passioni letterarie indicibili. Corrado risponde senza esitazioni: i romanzi di Dan Brown. E alla domanda se, durante le Olimpiadi, guarda ogni singola disciplina sportiva risponde di sì ancor meno esitante. Gli chiedo se guardi anche il tiro al piattello, lui sorride e annuisce.
Considerando la sua passione per lo sport, gli chiedo se da ragazzo giocasse a qualcosa. Si definisce un divanista. Aggiunge di essere ossessionato dal calcio in ogni suo aspetto, dalle dinamiche del tifo, a quelle del gioco e a come il calcio intercetti la cultura del tempo.
Nella mente di questo scrittore erudito nessuna cosa è solo quella cosa. Quando il suo sguardo si posa sopra un elemento, la sua mente comincia a mappare tutte le possibili interazioni di quell’elemento nello spazio in cui si trova, nel tempo in cui si trova. Crea, così, cartine mentali, vedendo geografie concettuali, dove gli altri non vedono nulla.
Prima d’incontrarlo gli compro un libro sperando che non lo abbia già letto. Si tratta di La famiglia, un saggio inchiesta che Ed Sanders scrisse sulla famiglia di Charles Manson.
Come De Rosa, Sanders è un detective mancato. Il suo più grande talento è la ricerca delle fonti, la meticolosità con cui è capace di mettere insieme pezzi di un puzzle illimitato.
De Rosa però ha anche un altro dono, rispetto a Sanders, un potere: se Sanders vede i morti, Corrado riesce a dargli un nome.

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