80 anni fa il calcio riemerse dalle macerie: 1945/46, il campionato della libertà

Ottanta anni fa, tra stadi bombardati e viaggi impossibili, il pallone rotolò di nuovo sui campi italiani. Era il simbolo di un Paese che provava a rialzarsi.
Quando il 14 ottobre 1945 le squadre scesero in campo per la prima giornata del campionato dell’Alta Italia, l’Italia era ancora un Paese ferito, spezzato dalle distruzioni della guerra. I collegamenti ferroviari lungo gli Appennini erano interrotti, molti stadi giacevano in macerie, le città erano ancora piene di sfollati. Eppure il calcio riprese, quasi con ostinazione, come se far rotolare un pallone su un campo fosse il modo più immediato per dire che la vita continuava.
Il campionato 1945-46 fu un torneo unico nella storia del calcio italiano. Per la prima e unica volta dal 1929, la massima serie non si disputò a girone unico. La Federazione, consapevole che gli spostamenti tra Nord e Sud erano ancora proibitivi, organizzò due tornei distinti: la Serie A Alta Italia al Nord e la Serie A-B Centro-Sud al Meridione. Solo alla fine le prime quattro classificate di ogni girone si sarebbero affrontate in una fase finale nazionale per decretare lo scudetto. Una formula che ricordava i campionati dei pionieri, quando l’Italia calcistica era ancora frammentata.
Le difficoltà erano ovunque. Il Pisa dovette rinunciare a iscriversi al campionato per mancanza di fondi e perché il suo stadio era stato bombardato. Il Varese non poté partecipare alla Serie B-C perché il suo impianto era inagibile. Molte squadre giocavano le partite casalinghe su campi d’emergenza, con tribune di legno improvvisate. I viaggi erano un’odissea: i treni erano lenti, spesso fermi per ore, e le squadre dovevano arrangiarsi con mezzi di fortuna.
Ma c’era anche un clima nuovo, fatto di speranze e di voglia di normalità. I tifosi tornavano allo stadio, anche se i prezzi dei biglietti erano saliti alle stelle a causa dell’inflazione. Le tribune, ridotte e malconce, si riempivano comunque. Era come se il calcio potesse restituire un senso di comunità a un Paese che aveva perso troppo.
La fine della guerra portò anche il ritorno ai nomi originali delle squadre. Il Milan, che durante il fascismo era stato italianizzato in “Milano”, riprese la sua denominazione inglese. L’Ambrosiana-Inter tornò semplicemente Inter. Il Genova divenne di nuovo Genoa. Erano piccoli gesti, ma simbolici: l’Italia voltava pagina.
Un caso particolare fu quello dell’Andrea Doria. La storica società genovese era stata fusa forzatamente nel 1927 con la Sampierdarenese per volontà del regime fascista, dando vita alla “Dominante”, una squadra che non piacque mai ai tifosi. Dopo la guerra, una speciale commissione federale riconobbe l’ingiustizia di quella fusione forzata e riammise d’ufficio l’Andrea Doria nella massima serie per il campionato 1945-46. Fu un gesto di riparazione storica: la società biancoblu tornò a giocare separatamente, anche se solo per una stagione. L’anno successivo, nel 1946, Andrea Doria e Sampierdarenese si fusero nuovamente, ma questa volta per scelta, dando vita alla Sampdoria che conosciamo oggi.
Nel girone dell’Alta Italia, il Torino si impose con autorità. La squadra granata, guidata dal carismatico Valentino Mazzola, vinse il girone settentrionale davanti all’Inter. Mazzola, che durante la guerra aveva lavorato come operaio alla Fiat per evitare il fronte, era ormai il simbolo del calcio italiano. In quella stagione segnò sedici reti, dimostrando di essere uno dei migliori realizzatori d’Europa. Il “quarto d’ora granata” divenne leggenda proprio in quegli anni. Era un momento particolare delle partite casalinghe al Filadelfia: quando il tifoso Oreste Bolmida, un ferroviere che si sedeva in tribuna con la sua tromba, suonava tre squilli, Valentino Mazzola si rimboccava teatralmente le maniche. Era il segnale: da quel momento la squadra ingranava la marcia alta e travolgeva gli avversari. I tifosi aspettavano quei quindici minuti come un rito, e i giocatori si divertivano a dosare le energie proprio per quel momento di spettacolo puro.
Il girone finale, disputato tra aprile e luglio 1946, rivelò drammaticamente il divario tra le squadre settentrionali e quelle del Centro-Sud. Le formazioni meridionali, che avevano affrontato maggiori distruzioni e difficoltà durante la guerra, furono travolte. Il Torino, in particolare, non perse un solo punto contro le avversarie del Sud. All’ultima giornata, con una vittoria per 9-1 contro il Pro Livorno, i granata si aggiudicarono lo scudetto con un punto di vantaggio sulla Juventus, che pareggiò 1-1 a Napoli. Fu uno scudetto particolare, il terzo per il Torino (il secondo se si esclude la sospensione bellica del 1943-46). Quel torneo non viene considerato nelle statistiche ufficiali della Serie A per la sua formula atipica, eppure compare regolarmente negli albi d’oro. Era il campionato della ricostruzione, quello che segnò il passaggio dalla guerra alla pace. Con la fine del regime fascista, anche le rivalità calcistiche, a lungo represse, esplosero con rinnovata violenza. Il campanilismo divampò ovunque. Un episodio emblematico avvenne il 3 febbraio 1946 ad Alessandria, durante una partita del campionato cadetto: dopo la sconfitta casalinga contro il Piacenza, i tifosi inferociti circondarono l’arbitro, che poté uscire dallo stadio solo dentro un’autoblinda. Era il segno che il calcio aveva ripreso la sua dimensione passionale, con tutto ciò che ne conseguiva.
Il campionato 1945-46 fu un ponte. Un torneo di transizione, imperfetto, ma necessario. Permise al calcio italiano di riprendere fiato, di ricostruire le proprie strutture, di ritrovare un pubblico. L’anno successivo, nella stagione 1946-47, si tornò finalmente al girone unico con 20 squadre, e il Torino vinse ancora, consolidando quel dominio che avrebbe portato alla nascita del mito del “Grande Torino”.
Valentino Mazzola e i suoi compagni divennero gli eroi di un’Italia che ripartiva. Il loro calcio veloce, spettacolare, generoso era lo specchio di un Paese che voleva dimenticare gli orrori della guerra e guardare avanti. Quando nel 1949 l’aereo del Torino si schiantò contro la collina di Superga, l’Italia pianse non solo una squadra, ma un’epoca intera. Ma nell’autunno del 1945, mentre i campi ancora mostravano le ferite dei bombardamenti e i treni arrancavano su rotaie malmesse, nessuno poteva immaginare quel destino tragico. C’era solo la voglia di ricominciare, e il calcio era il modo più semplice, più immediato, più universale per farlo. Ottanta anni dopo, quel campionato resta il simbolo di una rinascita possibile, anche nelle condizioni più difficili.

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