Settant’anni fa, nel 1955, nasceva una competizione destinata a trasformare per sempre la geografia del calcio europeo: la Coppa dei Campioni. Un’idea semplice e allo stesso tempo rivoluzionaria, maturata sulle pagine del quotidiano francese L’Équipe, che propose un torneo capace di riunire le migliori squadre del continente in un confronto diretto, continuo, finalmente internazionale. L’Uefa, nata solo un anno prima, colse quell’intuizione e la fece propria, inaugurando così un cammino che avrebbe portato il calcio oltre i confini nazionali, verso una dimensione moderna e globale.
Ma facciamo prima un passo indietro per capire dove affondano le radici della “coppa con le orecchie”.
Prima della Seconda Guerra mondiale l’Europa calcistica non aveva sempre favorito il riavvicinamento dei Paesi del vecchio continente. Ad esempio nel 1937 una partita della Mitropa Cup — che nel 1939 L’Enciclopedia illustrata del calcio italiano definiva come «Il più singolare e combattivo dei tornei a squadre che spesso e per diverse ragioni ha dato luogo ad incidenti deplorevoli» —, quella tra Admira Vienna e Genoa, degenerò in un incidente diplomatico.
Durante la gara di andata scoppiò in campo una rissa dopo che l’arbitro aveva fischiato un rigore dubbio per gli austriaci. Partita sospesa e tripla frattura della mandibola per il centrocampista rossoblù Arrigo Morselli. Anche per questo motivo, Benito Mussolini vietò l’organizzazione del match di ritorno e i giocatori viennesi furono respinti alla frontiera.
Pochi mesi dopo, un episodio simile. Si giocava la quarta edizione della Coppa Internazionale, la madre dei futuri Europei. Di fronte, ancora una volta, italiani e austriaci. Sul 2-0 per l’Austria, però, l’arbitro sospende la partita perché ha completamente perso di mano la situazione. In pratica c’è una rissa ogni tre minuti. Lo scontro continuerà fuori dallo stadio tra fascisti italiani e antifascisti austriaci. Sputi, insulti e saluti a pugno chiuso che precedono lo scontro militare di qualche settimana dopo sul campo di battaglia spagnolo a Guadalajara.
La Spagna del Generalísimo Francisco Franco, insieme all’Italia ancora in ricostruzione e soprattutto alla Germania divisa, è tra le nazioni che dopo la Seconda guerra mondiale l’Europa vuole simbolicamente riconciliare con le altre nazioni che hanno da poco riposto le armi.
E direttamente da Madrid, nella persona di Santiago Bernabéu, arriva una proposta assai interessante: la Coppa Latina, una competizione che ogni quattro anni avrebbe riunito i campioni di Spagna, Francia, Italia e Portogallo. Il torneo ha un discreto successo, ma più che altro serve a ribadire la volontà collettiva di ridisegnare attraverso il pallone la cartina geografica europea, scavalcare la cortina di ferro e riavvicinare i vari Paesi. L’idea piace. E comincia a conquistare l’attenzione di dirigenti e giornalisti in tutto il continente. Su tutti, se ne interessa L’Équipe.
In quel momento il quotidiano francese stava cominciando a rafforzare il proprio interesse attorno al calcio. Anche se ancora le principali pagine parlavano di ciclismo, era il pallone a far vendere copie quando non si gareggiava per il Tour de France.
Proprio per questo il direttore dell’epoca nel 1946 ha la felice idea di creare un inserto, da far uscire il martedì, e arricchirlo di reportage, fotografie ed analisi tecniche. Diventerà presto una vera e propria bibbia del calcio, si chiama France football.
Ed eccoci alla nascita del torneo. La prima edizione, 1955-56, vide al via sedici squadre e un fascino già percepibile. A vincerla fu il Real Madrid di Alfredo Di Stéfano, iniziando una serie irripetibile di cinque trionfi consecutivi. Quel Real, con la sua eleganza tecnica e la sua forza quasi sovrannaturale, divenne presto il simbolo di una coppa che ancora non conosceva il sorteggio integrale, le fasi a gironi o il peso economico dei diritti televisivi, ma che già accendeva l’immaginazione degli appassionati. Lo stadio Santiago Bernabéu, così come San Siro, il Da Luz o l’Hampden Park, iniziò a essere teatro di notti europee che avrebbero arricchito la memoria collettiva di intere generazioni.
Anche l’Italia trovò presto il suo spazio nella leggenda. Nel 1963 il Milan di Nereo Rocco alzò la coppa a Wembley, prima squadra italiana a riuscirci. Otto anni dopo, nel 1969, sempre i rossoneri si ripeterono, mentre l’Inter di Helenio Herrera aveva già inciso il proprio nome nel 1964 e nel 1965. Anni in cui la Coppa dei Campioni consolidava la propria identità: un torneo a eliminazione diretta, duro, spietato, in cui ogni errore poteva costare la stagione.
Il formato rimase sostanzialmente intatto fino agli anni ’90, quando il calcio europeo entrò in una nuova era. Nel 1992 la Coppa dei Campioni si trasformò ufficialmente nella Champions League, assumendo un modello più complesso, con la fase a gironi e un numero crescente di partecipanti. Cambiarono il logo, l’inno, la comunicazione, ma non l’essenza: rimanere il palcoscenico più prestigioso per i club europei. Di fatto, la Champions divenne l’evoluzione commerciale e spettacolare di quella coppa nata nel Dopoguerra, mantenendone però il valore simbolico: solo i migliori possono aspirare alla gloria.

