1930, La Celeste conquista la prima Rimet e festeggia il centenario nazionale

Nel luglio del 1930, in un piccolo paese sudamericano affacciato sul Rio de la Plata, nasceva il più grande spettacolo sportivo del pianeta. La prima Coppa del Mondo di calcio, disputata in Uruguay, fu un evento rivoluzionario che trasformò per sempre il football da passione locale a fenomeno globale, pur tra mille difficoltà, polemiche e imprevisti che oggi farebbero impallidire qualsiasi organizzatore.
L’idea di un campionato mondiale nacque dalla mente visionaria di Jules Rimet, presidente della FIFA dal 1921, e dal francese Henri Delaunay. Ma fu l’Uruguay a convincere la federazione internazionale ad ospitare la prima edizione. Le ragioni erano molteplici e convincenti: la nazionale celeste aveva trionfato alle Olimpiadi del 1924 e del 1928, dimostrando una superiorità schiacciante; il paese celebrava nel 1930 il centenario della propria indipendenza; e soprattutto, il governo uruguaiano promise di costruire uno stadio monumentale e di pagare tutte le spese di viaggio e soggiorno delle squadre partecipanti, una proposta irrinunciabile in tempi di Grande Depressione.
Eppure, l’entusiasmo iniziale si scontrò con una dura realtà. Solo quattro nazioni europee accettarono l’invito: Francia, Belgio, Romania e Jugoslavia. Le grandi potenze del calcio continentale – Italia, Spagna, Germania, Inghilterra, Austria – declinarono per motivi economici e logistici. Il viaggio in nave verso il Sudamerica richiedeva tre settimane, e i club non volevano privarsi dei propri giocatori per quasi due mesi. L’Inghilterra, inoltre, non faceva nemmeno parte della FIFA, avendo abbandonato l’organizzazione nel 1928 per dissapori sui pagamenti ai dilettanti. Un aneddoto curioso riguarda la Romania: fu il giovane re Carol II in persona a selezionare i giocatori e a minacciare di licenziamento chiunque, tra datori di lavoro e club, avesse ostacolato la loro partecipazione. Il monarca comprese l’importanza storica dell’evento prima di molti altri. Le squadre europee si imbarcarono tutte sulla stessa nave, il transatlantico “Conte Verde”, che partì da Genova il 21 giugno. Durante le tre settimane di navigazione, i giocatori si allenavano sul ponte, tra lo stupore degli altri passeggeri. Il capitano Rimet portava con sé, gelosamente custodita, la coppa d’oro che avrebbe preso il suo nome. Belgi e francesi, temendo di arrivare fuori forma, organizzavano partitelle quotidiane, mentre i rumeni preferivano allenarsi con esercizi ginnici.
A Montevideo, intanto, fervevano i lavori per il Centenario, lo stadio che doveva ospitare la competizione. Progettato per 100.000 spettatori, l’impianto non fu pronto per l’inaugurazione: le prime partite si giocarono negli stadi Pocitos e Parque Central, mentre il Centenario venne completato solo a torneo iniziato, inaugurandosi il 18 luglio con la partita Uruguay-Perù.
In totale, solo tredici nazioni presero parte al torneo: le quattro europee, più Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Messico, Paraguay, Perù, Stati Uniti e la padrona di casa Uruguay. Una partecipazione modesta che suscitò non poche critiche. Il formato prevedeva quattro gironi di composizione diseguale: due da tre squadre, uno da quattro e uno da due sole formazioni (Argentina e Francia). Il torneo regalò subito sorprese. Gli Stati Uniti, con una squadra composta in gran parte da immigrati britannici, sconfissero clamorosamente Belgio (3-0) e Paraguay (3-0), raggiungendo le semifinali. Il loro attaccante Bert Patenaude segnò quello che è considerato il primo hat-trick della storia dei Mondiali, anche se per decenni questo primato fu erroneamente attribuito all’argentino Guillermo Stábile.
L’Argentina dominò il proprio girone segnando la bellezza di 18 gol in tre partite, con Stábile capocannoniere del torneo con 8 reti. La semifinale contro gli Stati Uniti fu un monologo: 6-1, con una prestazione magistrale che dimostrò il divario tecnico tra le due Americhe. Il 30 luglio, davanti a 93.000 spettatori (alcune fonti parlano di 68.000), Uruguay e Argentina si affrontarono nella finale che avrebbe consacrato i primi campioni del mondo. La tensione era palpabile: le due nazioni erano rivali storiche, separate solo dal fiume, e migliaia di argentini avevano attraversato il Rio de la Plata in traghetto per sostenere l’Albiceleste. Un episodio curioso riguarda il pallone: le due squadre non si accordarono su quale utilizzare, così l’arbitro belga Jean Langenus decise che nel primo tempo si sarebbe giocato con il pallone argentino, nel secondo con quello uruguaiano. Coincidenza o meno, l’Argentina chiuse il primo tempo in vantaggio 2-1, ma nella ripresa l’Uruguay ribaltò tutto vincendo 4-2, con tripletta di Pablo Dorado, Cea e Iriarte. Nonostante il successo popolare in Sudamerica, la prima Coppa del Mondo fu oggetto di aspre critiche. La scarsa partecipazione europea venne vista come un fallimento organizzativo, anche se le cause erano principalmente economiche. L’assenza delle grandi nazionali mise in dubbio la legittimità del titolo di “campioni del mondo”. Alcuni giornalisti europei criticarono aspramente l’arbitraggio, considerato eccessivamente tollerante verso il gioco fisico sudamericano. La finale, in particolare, fu descritta come “violenta” da osservatori del Vecchio Continente, abituati a un calcio più tecnico e meno ruvido.
Un altro punto controverso riguardò l’organizzazione: i ritardi nella costruzione dello stadio, l’improvvisazione di alcuni aspetti logistici e la mancanza di una vera copertura mediatica internazionale (non esistevano ancora le telecomunicazioni satellitari) limitarono la portata dell’evento. Nonostante le imperfezioni, Uruguay 1930 segnò l’inizio di un’epopea. La vittoria della Celeste consacrò il Sudamerica come potenza calcistica e dimostrò che il football poteva unire nazioni e continenti. L’Uruguay proclamò festa nazionale il giorno dopo la vittoria, e ancora oggi quella finale è ricordata come “Il Maracanazo prima del Maracanazo”.
La prima Coppa del Mondo fu imperfetta, controversa, boicottata, ma autenticamente pionieristica. In quel luglio del 1930, sulle sponde del Rio de la Plata, nacque un torneo che avrebbe appassionato miliardi di persone, trasformando un semplice gioco in un linguaggio universale capace di attraversare culture, ideologie e generazioni.

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